Una freccia alla volta: come ho sconfitto il mostro invisibile dell'arcieria . Non è facile per un arciere esperto parlare apertamente del target panic. Per anni, anch’io ho pensato che fosse qualcosa che riguardava “gli altri”. Poi, un giorno, mi ci sono trovato dentro. Quello che leggerete non è una teoria, né un caso di studio. È un’esperienza personale, autentica. Se vi riconoscerete in queste righe, spererò possano darvi forza. E la certezza che dal target panic si può uscire. Ci sono momenti, nella carriera di un arciere, che segnano un prima e un dopo. Per anni ho tirato in nazionale, vinto medaglie, salito su podi importanti. Credevo di conoscere tutto di questo sport. Credevo che il tiro con l’arco fosse solo questione di tecnica, preparazione e testa. Poi arrivò il giorno in cui tutto crollò. Non per un errore di mira. Non per un problema fisico. Ma per qualcosa che allora non sapevo nemmeno come chiamare: target panic. Questo racconto è la mia storia. Non per riv...
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Visualizzazione dei post da luglio, 2026
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Arco Tradizionale. Presa mediterranea o “tre dita sotto”? Il confine sulla corda: dove la geometria sfida il mito. C’è un momento preciso, nel silenzio del bosco o sulla linea di tiro, in cui l’arco cessa di essere un pezzo di legno e fibra per trasformarsi nello specchio millimetrico della mente di chi lo impugna. Quel momento non coincide con il rilascio, e nemmeno con l’arrivo della freccia sul bersaglio. Coincide con il posizionamento delle dita sulla corda. Un gesto microscopico, apparentemente banale, che tuttavia traccia una linea di demarcazione netta tra due universi psicologici, due filosofie esistenziali e due modi opposti di intendere il volo della freccia. Da una parte, l’indice sopra la cocca e due dita sotto: la presa mediterranea, il legame simmetrico con la storia. Dall'altra, le tre dita posizionate rigidamente sotto la freccia: il pragmatismo geometrico che cerca di domare l’istinto. Questa non è solo una scelta biomeccanica. È una dichiarazione d'intent...
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“Ero cieco… ora vedo” Romanzo breve Per anni ho detto di tirare istintivo. Lo dicevo agli altri, ma soprattutto lo dicevo a me stesso. Il mio era un tiro solido, coerente, apparentemente naturale. Non c’erano mirini, non c’erano clicker, non c’erano riferimenti dichiarati. Eppure, se fossi stato davvero onesto, avrei dovuto ammettere che qualcosa, da qualche parte, lo stavo comunque cercando. Un appiglio. Un punto fermo. Un falso scopo o un gap a cui aggrapparmi per sentirmi al sicuro. Non lo chiamavo mira, ma lo usavo come tale. Era una sensazione rassicurante, un modo per non perdere il controllo. Perché il controllo, anche quando si veste da istinto, resta pur sempre controllo. Venivo da un approccio pragmatico al tiro. Tecnico, funzionale, razionale. Il gesto doveva avere una logica, una sequenza, una causa e un effetto chiari. L’idea che si potesse colpire senza mirare davvero mi aveva sempre lasciato perplesso. Affascinato, sì, ma anche diffidente. Troppo facile raccont...
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Il primo giorno andò tutto bene. Racconto breve L'illusione di possedere una disciplina prima ancora di averla compresa è un lusso che solo i neofiti possono permettersi. Ci si accosta a un nuovo sport non come a un percorso di fatica e ripetizione, ma come a una rivelazione mistica già scritta, un’armonia perfetta tra corpo e mente che attende solo di essere ridestata. Nella mente di chi inizia, il gesto atletico non è il risultato di anni di calli e correzioni millimetriche, bensì un atto di grazia innata, una fluidità cinematografica dove il respiro governa i muscoli e lo stress del mondo si dissolve all'istante. Si idealizza il bersaglio, il campo o la linea di tiro come un tempio dorato in cui l'eleganza precede lo sforzo e il talento naturale si manifesta senza l'interferenza del dubbio. In questa visione romantica e squisitamente infantile, la realtà viene censurata. Non trovano spazio la noia dei fondamentali ripetuti fino alla nausea, l'irrigidim...