Il segreto dello spine radiale nel tiro Compound. Cosa cambia nell’Arco Nudo e nel Tradizionale. Nel tiro alla targa a 50 metri con l'arco compound, il confine tra un punteggio ordinario e una prestazione d'eccellenza è tracciato da dettagli microscopici. Molti tiratori dedicano ore interminabili alla messa a punto del punto di incocco, del rest o della sincronizzazione delle cam, salvo poi accettare passivamente che una o due frecce del set finiscano inspiegabilmente sul 9 o sull'8. La spiegazione di questi "flyer" risiede spesso in un parametro balistico trascurato: lo spine radiale dell'asta in carbonio. Quando acquistiamo un set di frecce, la prima specifica che valutiamo è lo spine statico nominale. Se leggiamo sul tubo un valore come 400 o 450, stiamo considerando la flessione dell'asta misurata secondo lo standard ASTM: la deviazione verticale in millesimi di pollice causata da un peso di 1.94 libbre applicato al centro di un'asta pog...
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Il ritorno del Roving: quando le frecce tornano a volare nei boschi di Borsea Domenica 9 novembre 2025. L’aria del mattino era fresca e leggera, il tipo di aria che pizzica appena le guance e profuma di legna bagnata. I boschi di Borsea, ancora velati da una nebbia sottile, si sono risvegliati con un suono dimenticato: il fruscio di una freccia che taglia l’aria. Poi un colpo secco, un sibilo breve, e un coro di esclamazioni — “presa!”, “colpito!”, “quasi centro!”. Era tornato il Roving, e con lui un modo di vivere il tiro con l’arco che sa di libertà, di istinto, di pura gioia di tirare. Dopo anni di silenzio, la Compagnia di Artemide ASD ha deciso di riportare in vita questa specialità, ormai rara, quasi leggendaria. Un evento che ha il sapore di un ritorno alle origini: niente piazzole numerate o distanze precise, niente cronometri o punteggi digitali. Solo arcieri, bosco, bersagli nascosti e frecce che devono “sentire” la direzione, non solo calcolarla. Un campo che respira...
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L'eredità dell'Arco Nudo nel Ricurvo Tradizionale: biomeccanica, gap shooting istintivo e il falso mito della dragona. Il passaggio all'arco ricurvo tradizionale rappresenta, per chi proviene da decenni di pratica agonistica e studio dell'arco nudo, molto più di un semplice cambio di attrezzatura. È una vera e propria destrutturazione mentale e posturale, una sfida che obbliga l'arciere a rimettere in discussione certezze consolidate nel tempo. Nei primi mesi di questa transizione, l'ostacolo più grande non è l'arco in sé, ma il divieto regolamentare di utilizzare la tecnica dello string walking. Abbandonare la sicurezza geometrica e replicabile del camminare sulla corda in favore del gap shooting è un salto nel buio che richiede pazienza, ostinazione e, soprattutto, un radicale cambio di paradigma visivo e cognitivo. Eppure, in questo percorso di adattamento, accade qualcosa di inaspettato. Molti arcieri tradizionali, osservando la tecnica di chi ha...
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La Gestione dello Stato di Flow in Gara. C'è un mito persistente e radicato nel mondo del tiro con l'arco, una sorta di leggenda metropolitana sussurrata sui campi di gara e nelle palestre: per vincere, l'arciere deve avere la "mente vuota". Generazioni di atleti sono cresciute con l'imperativo di non pensare a nulla sulla linea di tiro, di cancellare ogni pensiero, di trasformarsi in macchine perfette e insensibili. Eppure, chiunque abbia mai teso un arco durante una competizione importante sa che la mente umana non funziona in questo modo. Il cervello è una macchina progettata per elaborare informazioni; chiedergli di smettere di pensare è come chiedere al cuore di smettere di battere. Quando cerchiamo disperatamente di svuotare la mente, finiamo per riempirla con l'ansia di non riuscire a farlo. Per evolvere l'approccio alla competizione, dobbiamo abbandonare questa narrazione anacronistica e abbracciare un paradigma diverso, fondato sulle n...
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Segnali di un buon istruttore e di uno da evitare. Nel vasto e complesso panorama del tiro con l’arco, dove l'attenzione viene quasi costantemente monopolizzata dalle variabili materiali — dai libbraggi dei flettenti alle filosofie di tuning, fino alle dinamiche del volo della freccia — si tende troppo spesso a dimenticare la componente più critica di tutte: la natura della relazione educativa tra l'atleta e la sua guida. Esiste una massima silenziosa ma potentissima che ogni arciere dovrebbe portare con sé lungo la linea di tiro: non cercare l’istruttore perfetto; cerca quello che ti fa crescere, anche quando ti senti piccolo. Nella didattica dello sport, e in particolar modo in una disciplina ad alto impatto neuro-psicologico come la nostra, la qualità della trasmissione umana conta almeno quanto la solidità del contenuto teorico. Un istruttore eccezionale non è semplicemente colui che possiede un bagaglio enciclopedico di nozioni, ma colui che sa strutturare l'am...
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L’attivazione dei muscoli dorsali. L’attivazione corretta della muscolatura dorsale nel tiro con l’arco nudo rappresenta la linea di demarcazione tra un’azione puramente muscolare, concentrata sulle braccia e sulle spalle, e un’azione strutturale, fluida e ripetibile. Quando un arciere di livello medio tenta di progredire nei punteggi, si scontra quasi sempre con il medesimo ostacolo: l’illusione di trazionare con la schiena mentre, in realtà, sta semplicemente trazionando con il bicipite e il deltoide posteriore. Nel barebow, dove non esiste un clicker meccanico sulla finestra dell'arco a decretare il momento esatto dello sgancio, la muscolatura dorsale non serve soltanto a sostenere il carico dell’arco, ma funge da vero e proprio metronomo e regolatore dell’allungo. Comprendere come ingaggiare il gran dorsale, i romboidi e il trapezio medio-inferiore richiede un ribaltamento prospettico. La mano e il braccio di trazione devono essere considerati semplici elementi di ...
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L'illusione della complessità e il momento della verità La parola che libera il tiro Da anni osservo, con un misto di fascino e sospetto, la corsa agli armamenti concettuale che ha investito il tiro con l'arco contemporaneo. Misurazioni biomeccaniche sempre più esasperate, test sui materiali condotti al limite della tolleranza fisica, algoritmi per calcolare traiettorie, protocolli atletici ad alta intensità, e poi il costante richiamo a filosofie orientali o al fascino un po' romantico dello Zen. Capisco da dove nasce tutto questo: è il bisogno, profondamente umano, di irreggimentare l'incertezza, di circondare il gesto con una corazza metodologica che ci faccia sentire al sicuro dalla variabilità del risultato. Eppure ho imparato, tiro dopo tiro, che esiste una soglia oltre la quale tutta questa tecnologia, tutte le tabelle di carico e tutte le teorie smettono di proteggermi. Questa soglia la sento arrivare nel momento esatto in cui vado in ancoraggio. È lì ch...