Il ritorno del Roving: quando le frecce tornano a volare nei boschi di Borsea

Domenica 9 novembre 2025.
L’aria del mattino era fresca e leggera, il tipo di aria che pizzica appena le guance e profuma di legna bagnata. I boschi di Borsea, ancora velati da una nebbia sottile, si sono risvegliati con un suono dimenticato: il fruscio di una freccia che taglia l’aria. Poi un colpo secco, un sibilo breve, e un coro di esclamazioni — “presa!”, “colpito!”, “quasi centro!”.
Era tornato il Roving, e con lui un modo di vivere il tiro con l’arco che sa di libertà, di istinto, di pura gioia di tirare.

Dopo anni di silenzio, la Compagnia di Artemide ASD ha deciso di riportare in vita questa specialità, ormai rara, quasi leggendaria. Un evento che ha il sapore di un ritorno alle origini: niente piazzole numerate o distanze precise, niente cronometri o punteggi digitali. Solo arcieri, bosco, bersagli nascosti e frecce che devono “sentire” la direzione, non solo calcolarla.

Un campo che respira vita

Già all’arrivo, il colpo d’occhio è di quelli che scaldano il cuore. Tende, carquois e faretre appese agli alberi, archi poggiati su ceppi, arcieri che si stringono la mano dopo tanto tempo. Qualcuno si scalda con tiri brevi contro una sagoma, altri scherzano ricordando le edizioni passate.
E poi i colori: il verde scuro dei boschi, il marrone dei tronchi umidi, il rosso acceso delle cocche che brillano sotto il primo sole.

“È come tornare bambini,” dice un arciere con il sorriso di chi ne ha viste tante. “Finalmente si tira per il gusto di tirare, non per contare i punti.”

Il Roving, infatti, non è una gara come le altre. È una sfida giocosa e imprevedibile: piattelli che volano, palloni che rotolano, bersagli in movimento che sfuggono all’occhio e mettono in crisi ogni automatismo.
Non basta saper mirare: bisogna sentire il tempo, leggere il bosco, intuire dove finirà il bersaglio un istante dopo.

Bersagli vivi, emozioni vere

Quando parte la prima piazzola, cala un silenzio rispettoso.
Davanti agli arcieri, una piccola tenda mimetica. Dentro, nascosto, un bersaglio. L’istruttore conta i secondi: “Pronti… via!”
Il telo si apre, il bersaglio compare per pochi istanti. Chi esita un attimo in più, lo perde.
Chi scocca d’istinto, spesso centra.

Le frecce si conficcano nel terreno, qualcuna vola oltre, qualcuna colpisce in pieno. Ogni colpo riuscito scatena un piccolo boato, un applauso, una risata.
Il bosco vibra di suoni: corde che si tendono, rami che scricchiolano, colpi sordi e risate contagiose.

E poi arrivano i piattelli volanti: un aiutante lancia un piccolo disco nel cielo, e per un attimo tutto si ferma. Gli occhi lo seguono, l’arciere si muove d’istinto, la freccia parte come un riflesso.
Qualcuno li chiama “bersagli impossibili”, ma qui la parola “impossibile” non spaventa nessuno. Al contrario, è proprio la sfida che accende l’adrenalina.

Un ragazzo al primo Roving ride dopo un colpo mancato: “Era più veloce di quanto pensassi! Ma che emozione… non capita spesso di tirare a qualcosa che vola!”
E un veterano gli risponde: “Benvenuto nel mondo vero del tiro con l’arco: qui non conta quanti punti fai, ma quante emozioni vivi.”

Ogni piazzola è una piccola avventura.
C’è quella dove bisogna tirare in ginocchio dietro un tronco, quella con due bersagli da colpire in sequenza, quella dove un pallone colorato rotola giù per il pendio e va colpito al volo.
Ogni tiro è diverso, ogni errore insegna qualcosa.

Gli arcieri più esperti spiegano ai giovani come adattarsi: “Guarda il terreno, senti l’inclinazione, lascia che sia il corpo a mirare.”
Non c’è tempo per calcolare distanze o ricordare riferimenti. È il gesto istintivo che domina, la connessione immediata tra occhio, mente e mano.

Il bello del Roving è proprio questo: rompe le abitudini, scompiglia le certezze, obbliga a tornare alle radici.
Non è una gara da vincere, è un’esperienza da vivere.
E mentre si cammina da una piazzola all’altra, si chiacchiera, si ride, si commentano i tiri come in una lunga escursione tra amici. Il bosco diventa un campo d’allenamento per la mente, oltre che per la tecnica.

La Compagnia di Artemide: passione e coraggio

Dietro tutto questo, c’è il lavoro silenzioso e appassionato della Compagnia di Artemide ASD, che ha creduto fino in fondo in un’idea semplice ma potente: riportare vita nei boschi, restituire al tiro con l’arco la sua anima più autentica.
Giorni di preparativi, di prove, di piazzole costruite a mano, di logistica curata nei dettagli.
E soprattutto, la voglia di far sorridere gli arcieri, di sorprenderli, di ricordare a tutti che questo sport è anche gioco, istinto, avventura.

“Non volevamo solo organizzare una gara,” racconta uno degli organizzatori. “Volevamo ridare voce a un modo di tirare che un tempo era normale, e oggi rischiava di scomparire. Il Roving è divertimento puro, ma anche una scuola di adattamento: ti obbliga a leggere l’ambiente, a fidarti del tuo corpo, a non pensare troppo.”

E il risultato si è visto: arcieri di ogni età e divisione, tutti insieme in un’atmosfera di rispetto e allegria. Niente rivalità, niente tensione. Solo la condivisione di un’esperienza genuina, che ha fatto riscoprire a molti il motivo per cui avevano iniziato a tirare.

Ci sono momenti, durante la giornata, in cui il tempo sembra fermarsi.
Un raggio di sole filtra tra gli alberi, illumina la linea di tiro. L’arciere si ferma, inspira, tende, lascia.
La freccia vola dritta, silenziosa, come se seguisse una traiettoria scritta nel vento.
Colpisce il bersaglio, e per un istante non si sente nulla. Poi arrivano gli applausi, le risate, e quella sensazione che solo chi ha tirato una freccia sa spiegare.
Nel Roving non c’è tempo per la mente razionale: se pensi troppo, sbagli.
Bisogna fidarsi del corpo, dell’istinto, dell’esperienza accumulata a forza di errori e tentativi.
È come danzare con il bosco: ogni albero, ogni radice, ogni ombra diventa parte del tiro.

Ecco perché chi ama questa specialità ne parla sempre con un misto di nostalgia e ammirazione. È un tiro arcaico, ma incredibilmente moderno: un esercizio perfetto di consapevolezza, adattamento e libertà.

Durante la pausa pranzo, il campo si riempie di voci.
I più giovani fanno domande, i veterani raccontano aneddoti di gare passate: “Ti ricordi quel bersaglio dietro il masso, quello che nessuno trovava?”
Le famiglie si uniscono, qualcuno prepara panini, altri condividono dolci fatti in casa.
L’atmosfera è quella di una festa più che di una competizione.
Qualche escursionista si ferma a guardare, affascinato da quegli archi antichi che tornano a tendersi.
“Non pensavo si potesse ancora fare una cosa così,” dice una signora con gli occhi stupiti.
“Si può, eccome,” risponde un arciere sorridendo, “basta voler tornare a divertirsi.”

Il bello di giornate come questa è che l’arco unisce, supera età, livello tecnico e divisioni.
C’è chi tira da decenni e chi ha iniziato da pochi mesi, ma sul campo non c’è differenza.
Le frecce raccontano la stessa storia: quella di un gesto antico che ancora emoziona come la prima volta.

Difficile, sì. Ma bellissimo.

Il pomeriggio scorre tra una piazzola e l’altra. I bersagli diventano sempre più imprevedibili, le distanze più ingannevoli, le situazioni più creative.
Un pallone che rotola tra le foglie diventa una sfida di riflessi. Un bersaglio che appare dietro un telo bianco costringe a fidarsi dell’intuizione.
C’è chi sbaglia e ride, chi centra e non ci crede, chi osserva per imparare.

Alla fine della giornata, quando l’ultima freccia si pianta nel terreno, il bosco torna silenzioso.
Si raccolgono le frecce, si smontano le piazzole, ma nessuno ha fretta di andare via.
C’è la sensazione che sia successo qualcosa di importante, non solo una gara, ma un piccolo rito collettivo, un ritorno alle origini, una memoria che ha preso forma.

Il ritorno di una tradizione

Il Roving non è mai stato uno sport di massa. È un’esperienza di nicchia, spesso riservata ai più appassionati, a chi cerca nel tiro con l’arco qualcosa di più della competizione.
Ma eventi come questo dimostrano che c’è ancora spazio per la tradizione, se è raccontata con passione.

Molti arcieri, alla fine della giornata, chiedono già quando sarà la prossima edizione.
“È stato fantastico,” dice una ragazza con ancora la cocca tra le dita. “Non pensavo di divertirmi così tanto. È diverso da tutto il resto: ti senti parte del bosco.”
E un altro aggiunge: “Questo dovrebbe essere obbligatorio per ogni arciere. Ti insegna ad ascoltare te stesso.”

In quelle parole c’è tutto lo spirito del Roving: imparare a tirare per istinto, non per abitudine.
Lasciare che la mente taccia e il corpo faccia il resto.

Quando il sole cala dietro gli alberi, le ultime frecce vengono riposte. Gli archi si smontano, ma il sorriso resta.
I partecipanti si salutano con pacche sulle spalle, con promesse di rivedersi presto.
Qualcuno dice: “Finalmente un evento diverso, vero, che ti rimette in contatto con le sensazioni più pure del tiro.”
Un altro risponde: “Sì, oggi le frecce non hanno solo volato… hanno parlato.”

E in effetti è così.
Quelle frecce, sospese per un attimo nell’aria di Borsea, hanno raccontato una storia: quella di un gruppo di arcieri che ha scelto di riscoprire il lato più autentico del proprio sport.
Una giornata che ha ricordato a tutti che, prima dei punteggi, prima dei podi e delle classifiche, il tiro con l’arco è emozione, presenza, istinto, ascolto.

Il ritorno del Roving a Borsea non è stato solo un evento sportivo: è stato un messaggio.
Un invito a rallentare, a guardare il bosco, a respirare il momento.
A ricordare che la freccia non vola solo per colpire un bersaglio, ma per collegare chi la scocca con ciò che lo circonda.

La Compagnia di Artemide ha acceso di nuovo quella scintilla.
E mentre le ultime luci del tramonto filtravano tra gli alberi, una cosa era chiara a tutti: il Roving non è tornato per un giorno.
È tornato per restare.

 


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