Il senso della critica
Ha senso criticare i miei pensieri?
Provate a immaginare la scena. Siete seduti nel salotto di
casa vostra, con le finestre spalancate che danno sulla via principale del
paese. State chiacchierando ad alta voce con un amico, esprimendo un’opinione
forse un po' bizzarra, o magari state semplicemente mostrando un nuovo quadro
che avete appeso alla parete. All'improvviso, un passante si arrampica sul
davanzale, mette la testa dentro la stanza e inizia a urlarvi contro che il
quadro è orrendo, che la vostra opinione è tecnicamente fallace e che dovreste
vergognarvi di pensare certe cose.
Nello spazio fisico, un comportamento del genere verrebbe
immediatamente etichettato come una bizzarria sociopatica o, quantomeno, come
una grave violazione della privacy e della buona educazione. Nello spazio
digitale dei social network, invece, questa è la normalità quotidiana.
L’equivoco fondamentale che avvelena la comunicazione online
nasce proprio da un errore di classificazione geografica e antropologica.
Abbiamo confuso i confini. Abbiamo sovrapposto la bacheca di un profilo
personale (Facebook, Instagram o qualsiasi altra piattaforma incentrata
sull'individuo) con la struttura, radicalmente diversa, di un forum di
discussione. Questa distorsione ci porta a porre una domanda che oggi suona
quasi eretica, ma che è diventata urgente: ha davvero senso criticare i
pensieri scritti da un utente sul proprio profilo?
Per capire l’inutilità di certe derive dialettiche, occorre
fare un passo indietro e analizzare l'architettura dei luoghi virtuali.
Il forum nasce, fin dagli albori del web, come un'arena
tematica. È una struttura oggettiva, impersonale, governata da un topic (un
argomento) e da un sistema di regole condivise. Nel forum non importa chi sei
tu nella vita reale; importa la solidità della tesi che porti a supporto della
discussione. Se entri in una sezione dedicata alla fotografia e affermi che
l'ottica X è superiore all'ottica Y, ti sottoponi volontariamente al vaglio
della comunità. La critica, in questo contesto, non è solo legittima, ma è il
motore stesso del mezzo: serve a sviscerare un problema, a correggere un errore
tecnico, a raggiungere una verità condivisa o, almeno, una mappatura chiara
delle diverse posizioni.
Il profilo social inverte completamente questo paradigma.
Non è un luogo oggettivo, è uno spazio radicalmente soggettivo. È la
digitalizzazione dell'identità. La bacheca di un utente non nasce per ospitare
un dibattito scientifico o politico, ma per rispondere a un bisogno primordiale
di auto-rappresentazione. Quando scriviamo un post sul nostro profilo, stiamo
dicendo al mondo "io la penso così", "questa è la tecnica che
insegno", "questo è il modo in cui interpreto la realtà".
La bacheca è un balcone che si affaccia sulla piazza, o quel
famoso salotto con le finestre aperte. Il fatto che l'accesso a quel contenuto
sia pubblico, o visibile a centinaia di "amici", è solo un dettaglio
tecnico della rete, non un invito implicito al dibattito. L'osservatore esterno
cade in un inganno percettivo: poiché vede il testo e il tasto
"commenta", si sente investito del diritto di proprietà collettiva su
quel pensiero. Ma quel pensiero rimane privato nella sua genesi e nella sua
funzione, anche se esposto pubblicamente. Quando ci si imbatte nel pensiero di
un conoscente (o di uno sconosciuto) che riteniamo errato, superficiale o
persino irritante, scatta immediato l'impulso della correzione. Ci sentiamo
moderni cavalieri della logica, investiti della missione di riportare
l'interlocutore sulla retta via o di mostrare al pubblico dei commentatori la
fallacia di quel post. Ma analizziamo l'efficacia di questo atto da un punto di
vista puramente strategico e comunicativo. Qual è il fine della critica? In
teoria, dovrebbe essere la dialettica: ti mostro i punti deboli della tua
posizione affinché tu possa rivederla, o affinché si possa giungere a una
sintesi superiore. Sul profilo personale di qualcuno, questo non accade mai. Il
motivo è psicologico. Poiché il profilo coincide con l'identità dell'utente,
una critica al post viene percepita non come un attacco a un'idea impersonale,
ma come un attacco alla persona stessa. Chi riceve la critica non si ferma a
riflettere sull'oggettività degli argomenti; si arrocca, alza i ponti levatoi e
si difende. La bacheca si trasforma in una trincea. Il risultato finale è una
polarizzazione sterile in cui il critico si sente frustrato e l'autore del post
si sente violato nella propria casa virtuale. La critica, nata con l'ambizione
di illuminare, finisce per produrre solo rumore di fondo.
Se accettiamo l'idea che la bacheca altrui non sia un forum,
dobbiamo avere il coraggio di trarre le conseguenze pratiche di questa
scoperta. Dobbiamo accettare una verità che per molti è difficile da digerire:
la bacheca altrui ha il diritto di essere uno spazio non democratico e, se
l'autore lo desidera, persino uno spazio intellettualmente imperfetto. Il
proprietario del profilo ha il pieno diritto di impostare le proprie regole di
convivenza, di cancellare i commenti che disturbano la sua armonia, di bloccare
gli utenti molesti e di circondarsi di persone che la pensano esattamente come
lui. Questa dinamica, spesso criticata e definita spregiativamente come cassa
di risonanza, è deleteria se applicata al sistema informativo generale, ma è
del tutto legittima se applicata allo spazio personale. Ognuno ha il diritto di
scegliere gli ospiti del proprio salotto. Riconoscere questa distinzione
fondamentale ci offre un enorme beneficio, che potremmo definire di
"ecologia mentale". Ci libera dall'ansia prestazionale di dover
correggere ogni stortura logica che incontriamo nel nostro feed. Ci permette di
scorrere oltre, di praticare l'indifferenza o, se il contenuto urta
eccessivamente la nostra sensibilità, di allontanarci in silenzio, chiudendo
quella finestra che l'altro ha deciso di lasciare aperta. La vera critica,
quella feconda e strutturata, ha bisogno di contesti appropriati. Ha bisogno di
luoghi in cui entrambe le parti abbiano preventivamente accettato il rischio di
essere smentite. Quando questo accordo reciproco manca e manca per definizione
sul profilo personale di un individuo, l'atto di criticare perde ogni nobiltà
intellettuale per trasformarsi in una forma di egocentrismo del commentatore,
desideroso solo di mettere una bandierina sul territorio altrui.
Il web del futuro avrà disperato bisogno di ritrovare questa
bussola geometrica. Imparare a distinguere un forum da un diario non è solo una
questione di etichetta digitale; è l'unico modo che abbiamo per disinnescare la
rabbia permanente che caratterizza le nostre giornate online e per restituire
alla parola scritta la dignità del suo contesto.
Commenti
Posta un commento