Il Bosco, Le Ombre e la Caccia al Biglietto per il South Dakota

 

 

Il passaggio da una disciplina consolidata a una nuova sfida è un viaggio che azzera le certezze, costringendo l’anima a ritrovare il proprio centro elementare. Per chi ha speso una vita intera a cercare la perfezione geometrica con l'arco nudo, dominando i campi di gara e raccogliendo successi che fanno ormai parte del passato cartaceo e memoriale, la decisione di rimettersi in gioco con l’arco ricurvo tradizionale non è un semplice cambio di categoria. È un atto di rifondazione. L’arco tradizionale impone una nudità strutturale ancora più marcata, priva di pesi aggiuntivi, dove il bilanciamento e la stabilità dinamica gravano interamente sulla mano dell’arciere, sulla sua propriocezione e sulla capacità di dialogare con il legno e la corda senza filtri mediatori. Le due gare di selezione per il Campionato del Mondo 3D, previsto per la fine di agosto 2026 nelle terre selvagge del Dakota del Sud, sono diventate il palcoscenico ideale per testare questa metamorfosi, un battesimo del fuoco per la classe 1953, dove l’esperienza accumulata in decenni ha dovuto fondersi con una freschezza mentale indispensabile per digerire percorsi estremi.

La prima prova di selezione ha messo subito in chiaro che il passaporto per gli Stati Uniti sarebbe costato caro in termini di fatica e tenuta nervosa. Il percorso si è rivelato un labirinto di difficoltà tecniche e fisiche, un tracciato caratterizzato da continui e severi saliscendi che hanno messo a dura prova la resistenza delle gambe e la stabilità della posizione di tiro. In pendenze così accentuate, l'azione biomeccanica subisce alterazioni costanti: l'allineamento della spalla d'arco e la stabilità del nucleo corporeo devono adattarsi a angoli di sito proibitivi, dove l'illusione ottica della distanza rischia di inficiare ogni singolo rilascio. A complicare ulteriormente il quadro tecnico è intervenuta la gestione della luce. Le piazzole, immerse in un fitto bosco, offrivano bersagli costituiti da sagome scure, talvolta completamente nere, collocate in zone d'ombra profonda. In queste condizioni, la percezione visiva del dettaglio — fondamentale per individuare il punto di mira ottimale sulla superficie tridimensionale dell'animale simulato — viene ridotta al minimo. Il contrasto svanisce, la sagoma si fonde con il sottobosco circostante e l'arciere deve affidarsi quasi interamente alla memoria cinestetica e alla capacità di visualizzare il bersaglio oltre ciò che l'occhio riesce effettivamente a cogliere. Nonostante la complessità del contesto, la gestione della sequenza ha pagato, portando in dote un secondo posto nella fase di qualifica, un risultato solido che ha confermato la bontà del lavoro di transizione tecnica intrapreso.

Se la prima gara aveva richiesto un tributo notevole, la seconda prova si è presentata con un coefficiente di difficoltà ancora superiore, configurandosi come un vero e proprio banco di prova per i nervi e la tenuta strutturale. I percorsi hanno esasperato i passaggi critici, alternando visuali ingannevoli a distanze di tiro che sfidavano il limite superiore del regolamento per la divisione tradizionale. Ogni piazzola richiedeva una concentrazione assoluta: la minima distrazione nella valutazione della luce o nell'ancoraggio si traduceva immediatamente in punti preziosi lasciati sul terreno. La fatica cumulata nei giorni precedenti ha iniziato a farsi sentire, ma è proprio in questi frangenti che subentra la capacità di ottimizzare l'energia, riducendo il gesto tecnico all'essenziale, eliminando ogni parassitismo muscolare. Il superamento di questa seconda e più severa fatica ha prodotto un ribaltamento dei valori in campo, culminando in un primo posto assoluto nella classifica di qualifica, un piazzamento che ha premiato la costanza e la capacità di adattamento alle condizioni più estreme del tracciato.

Al termine della fatica dei percorsi regolamentari, il format della competizione ha imposto il passaggio immediato alla fase degli scontri diretti, un dentro o fuori senza appello che prevede semifinali e finali disputate su un numero ridotto di frecce, dove la pressione psicologica si moltiplica. Negli scontri ravvicinati non c'è spazio per il recupero: ogni freccia è un verdetto definitivo. In entrambe le giornate, la gestione della tensione agonistica negli scontri uno contro uno è stata impeccabile. Il controllo del tempo di mira, la fluidità del rilascio sotto lo sguardo diretto degli avversari e del pubblico, e la capacità di isolarsi dal contesto esterno hanno permesso di conquistare il gradino più alto del podio in ambedue le occasioni. Due vittorie nette negli scontri diretti che, sommate al secondo e al primo posto delle fasi di qualifica, delineano un bilancio sportivo di altissimo profilo e ipotecano in modo autorevole il viaggio verso i campi del Dakota del Sud.

Dietro la severità delle classifiche e la tensione della linea di tiro, la disciplina del 3D vive di una dimensione umana profonda, fatta di condivisione, cameratismo e dinamiche di piazzola che alleggeriscono la durezza del confronto sportivo. Condividere il cammino con arcieri del calibro di Fabio e Nicola significa immergersi in un flusso continuo di battute, sfide silenziose e reciproco sostegno. Durante le lunghe attese tra una piazzola e l'altra, mentre si esaminavano gli score o si cercava di indovinare la distanza di una sagoma di arpia nascosta tra le radici di un grande faggio, l'ironia è diventata lo strumento principale per stemperare l'ansia della prestazione.

Un aneddoto particolare descrive perfettamente lo spirito del gruppo. In una delle piazzole più tormentate della prima gara, con una pendenza laterale che costringeva a un equilibrio precario, Nicola si trovava sul picchetto di tiro, intento a studiare una sagoma di cinghiale posta in un avvallamento buio. Mentre cercava l'ancoraggio ideale, Fabio, a pochi passi di distanza, ha iniziato a commentare a bassa voce la stabilità della posizione di Nicola, suggerendo con finta serietà che la pendenza fosse tale da richiedere una gamba più corta dell'altra per poter tirare dritto. Nicola, senza perdere l'attimo della mira ma con un sorriso accennato che rischiava di compromettere il rilascio, ha sussurrato di smetterla di fare i geometri del bosco e di lasciargli trovare il punto di pressione sulla corda. La freccia è partita ed è finita dritta nel cerchio degli undici punti, scatenando un'esclamazione di finta disperazione da parte di Fabio, che ha ironizzato sul fatto che le provocazioni geometriche sembrassero funzionare meglio di qualsiasi consiglio tecnico.

Poco dopo è toccato a Fabio subire il medesimo trattamento. Di fronte a una sagoma di lince situata a una distanza ingannevole, l'incertezza sulla stima dei metri era palpabile. Fabio continuava a guardare il bersaglio, poi il terreno, poi di nuovo la lince, esitando prima di incoccare. Nicola, cogliendo l'attimo, ha commentato che a forza di guardare quella lince, l'animale si sarebbe mosso per la vecchiaia prima che la freccia potesse raggiungerlo. La risata generale che ne è seguita ha rotto l'incantesimo dell'esitazione: Fabio ha tirato con decisione, centrando il bersaglio e girandosi immediatamente per restituire il commento sarcastico, sottolineando come la freccia fosse stata scagliata proprio per evitare che la lince morisse di noia. Questi scambi, carichi di una complicità che solo chi frequenta i campi di gara da anni può comprendere, rappresentano il vero valore aggiunto della competizione, la linfa che permette di mantenere alta la concentrazione senza farsi schiacciare dal peso del risultato. Il successo in imprese di questo livello non è mai il frutto dell'isolamento, ma il risultato di una convergenza di sforzi, tolleranza e competenza organizzativa. Un ringraziamento profondo va indirizzato al comitato organizzatore e a tutto il personale di servizio, capaci di allestire due manifestazioni di assoluto valore tecnico. La cura nella disposizione delle sagome, la scelta dei terreni e la bellezza intrinseca dei percorsi hanno offerto un teatro di gara degno di una selezione mondiale, esaltando i valori tecnici della disciplina e garantendo la massima regolarità dello svolgimento. Tanti complimenti vanno alla macchina organizzativa per aver saputo interpretare lo spirito del tiro 3D ai massimi livelli. Un pensiero di sincera gratitudine spetta agli avversari incontrati lungo i sentieri, figure con cui il confronto è sempre stimolante e leale. In particolare, la pazienza e la sportività dimostrate da Kevin, Fabio e Nicola meritano un riconoscimento esplicito; la loro presenza e il loro valore qualitativo elevano il significato di ogni singolo punto conquistato sul campo, trasformando la competizione in un momento di crescita comune. Infine, un ringraziamento speciale va ai compagni di viaggio Maurizio e Daniele, figure silenziose ma fondamentali che hanno sopportato i lunghi trasferimenti, i silenzi della concentrazione, le sveglie all'alba e le inevitabili tensioni che accompagnano la preparazione di appuntamenti di tale rilevanza.

 

 

La Sfida Estrema del Torneo Internazionale Monte Prat

La tre giorni di gare si è conclusa in un crescendo di tensione agonistica e difficoltà strutturali che ha messo a dura prova la resistenza psicofisica di tutti i partecipanti. Dopo le prime due estenuanti giornate dedicate alle selezioni per il Campionato del Mondo, il palcoscenico si è spostato sul "Torneo Internazionale Monte Prat", un appuntamento che ha ridefinito il concetto stesso di complessità nel tiro 3D. Se nei giorni precedenti gli arcieri erano rimasti affascinati dalla severità tecnica dei percorsi, la domenica ha introdotto una variabile psicologica ben diversa: il puro terrore del vuoto, delle distanze ingannevoli e della gravità.

Il tracciato di qualifica prevedeva 24 piazzole, ciascuna concepita per esasperare le caratteristiche balistiche delle diverse divisioni in campo attraverso tre picchetti di tiro dedicati. Per gli archi tradizionali la distanza massima era fissata a 35 metri, mentre gli archi nudi si spingevano fino a 45 metri e i compound raggiungevano il limite dei 60 metri. In un contesto montano dominato da pendenze vertiginose, queste distanze nominali perdevano qualsiasi valore di riferimento convenzionale. Ogni singolo tiro si presentava come una scommessa contro l'illusione ottica. La conformazione del terreno, caratterizzata da canaloni profondi e improvvisi sbalzi di quota, azzerava la percezione dello spazio intermedio tra l'arciere e la sagoma, trasformando ogni visuale in una trappola geometrica.

Nella fase di qualifica, la scena è stata dominata da Kevin, autore di una prestazione maiuscola. Sfruttando un'eccellente freschezza atletica e una solidità tecnica indiscutibile, Kevin ha saputo interpretare al meglio i passaggi più critici del percorso. Emblematici sono stati i tiri in salita estrema, dove alcune sagome di cervo, collocate al limite della portata regolamentare e parzialmente nascoste dalla vegetazione d'alto fusto, apparivano quasi invisibili alla linea di mira. In quelle condizioni, l'azione dinamica dell'arco ricurvo tradizionale richiede una fluidità d'esecuzione perfetta: l'inclinazione del busto deve assecondare la pendenza senza alterare l'allineamento della spalla d'arco, pena una drastica perdita di spinta. Scagliare la freccia verso l'alto, osservando la parabola che sembrava non esaurirsi mai prima di raggiungere il bersaglio nel silenzio del bosco, ha regalato momenti di pura intensità sportiva. Al termine delle 24 piazzole, il tabellone dei punteggi decretava Kevin saldamente in testa con un vantaggio di 9 punti, un margine che sembrava ipotecare la vittoria finale. La formula del torneo prevedeva tuttavia un epilogo spettacolare: un girone finale riservato ai primi sei arcieri della classifica, articolato su sei piazzole con distanze variabili dagli 8 ai 35 metri. A rendere la situazione ancora più incandescente è intervenuta la regola speciale del "quattordici". Oltre ai tradizionali punteggi di zona (5, 8, 10 e 11 punti), ciascun arciere aveva la facoltà di dichiarare, prima del rilascio, la volontà di mirare a un cerchio supplementare ad altissimo rischio. Centrare il quattordici significava riaprire completamente i giochi e ribaltare le sorti di uno scontro; mancarlo, tuttavia, si traduceva in un errore capace di distruggere l'intera gara.

È stato in questo frangente che la sfida si è trasformata in un duello psicologico d'altri tempi.

La tensione sulla linea di tiro era palpabile, ma anziché indurre alla prudenza, la pressione ha scatenato un'audacia che rasentava la pazzia agonistica. Invece di gestire i rispettivi punteggi, sia io che Kevin abbiamo iniziato a chiamare il quattordici con una frequenza che ha sorpreso il pubblico e gli stessi avversari, trasformando la finale in un confronto a viso aperto senza esclusione di colpi. Un aneddoto specifico descrive perfettamente il clima di quella finale. Alla quarta piazzola del girone, di fronte a una sagoma di medie dimensioni posta in diagonale rispetto al picchetto, la situazione del punteggio era ancora aperta. Kevin si è girato, mi ha guardato negli occhi con un sorriso di sfida e ha dichiarato ad alta voce la chiamata del quattordici. Il silenzio è calato sui presenti. Con una freddezza disarmante, ha eseguito la sua routine di tiro, rilasciando una freccia perfetta che ha impattato esattamente nel settore bonus. Il pubblico ha accennato a un applauso, convinto che lo scontro fosse ormai chiuso. A quel punto, subentrato al picchetto, ho incrociato nuovamente il suo sguardo. L'unica risposta possibile per mantenere vivo lo spirito della competizione era replicare il medesimo azzardo. Ho dichiarato a mia volta il quattordici, azzerando i pensieri negativi e concentrandomi esclusivamente sulla stabilità dell'ancoraggio. La freccia è partita fluida, andando a impattare a pochissimi millimetri da quella di Kevin, anch'essa nel cerchio del quattordici. Ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere: in quel momento la pura gioia del tiro aveva superato il calcolo tattico. La stoccata decisiva è arrivata nell'ultima piazzola, un tiro lungo a 35 metri in condizioni di luce calante. La stanchezza accumulata nei tre giorni ha iniziato a presentare il conto sotto forma di micro-tensioni muscolari. Kevin, confermando la sua straordinaria giornata di grazia, ha mantenuto i nervi saldi e ha piazzato la freccia decisiva che gli ha garantito il primo posto assoluto. Da parte mia, ho difeso la seconda posizione con i denti, tenendo botta fino all'ultimo bersaglio e costringendo il vincitore a esprimere il suo miglior tiro per ottenere il titolo.

Una manifestazione di tale complessità e fascino non avrebbe potuto avere luogo senza l'eccellente lavoro dietro le quinte della macchina organizzativa. Un ringraziamento speciale e sentito va alla compagnia degli "Arcieri del Tagliamento", capace di individuare una location straordinaria come quella di Monte Prat e di valorizzarla attraverso la tracciatura di percorsi tecnici di altissimo livello, che hanno saputo esaltare le doti dei tiratori di ogni divisione. La cura del dettaglio si è manifestata non solo nella logistica dei campi, ma anche nella splendida qualità dei premi finali, che hanno conferito ulteriore prestigio a un podio sudato dal primo all'ultimo metro. Il Torneo Internazionale Monte Prat si chiude così, lasciando il ricordo di una competizione dura, leale e straordinariamente avvincente.

 

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