Una freccia alla volta: come ho sconfitto il mostro invisibile dell'arcieria.


Non è facile per un arciere esperto parlare apertamente del target panic. Per anni, anch’io ho pensato che fosse qualcosa che riguardava “gli altri”. Poi, un giorno, mi ci sono trovato dentro.

Quello che leggerete non è una teoria, né un caso di studio. È un’esperienza personale, autentica. Se vi riconoscerete in queste righe, spererò possano darvi forza. E la certezza che dal target panic si può uscire. Ci sono momenti, nella carriera di un arciere, che segnano un prima e un dopo. Per anni ho tirato in nazionale, vinto medaglie, salito su podi importanti. Credevo di conoscere tutto di questo sport. Credevo che il tiro con l’arco fosse solo questione di tecnica, preparazione e testa. Poi arrivò il giorno in cui tutto crollò. Non per un errore di mira. Non per un problema fisico. Ma per qualcosa che allora non sapevo nemmeno come chiamare: target panic.

Questo racconto è la mia storia. Non per rivangare vecchie ferite, ma per condividere. Perché so che tanti arcieri passano per lo stesso tunnel, spesso in silenzio, spesso senza sapere come uscirne. Se c’è una cosa che ho imparato, è che il target panic non è una vergogna. È una sfida, come tante altre in questo sport. E come ogni sfida, può essere vinta. Se la mia esperienza potrà servire anche a un solo arciere che oggi si sente bloccato e frustrato, allora queste righe avranno avuto senso.

Tiro con l’arco dal 1994. Non saprei neanche dire con esattezza cosa mi spinse a iniziare, forse la sfida, forse il fascino di uno sport così essenziale o forse semplicemente per gioco con i miei figli.
Per anni ho tirato soprattutto indoor: lì mi sentivo a casa. Tecnica pura, precisione, controllo. Mi piaceva quella ricerca quasi maniacale del gesto perfetto. Poi, nel 2007, quasi per caso, mi avvicinai alle gare 3D. Un mondo diverso: il bosco, le sagome, la gestione dell’incertezza. In teoria non era “il mio” terreno. In pratica... scoprì che mi ci trovavo benissimo. Il primo anno fu un lampo. Campionato Italiano 3D, e mi trovai sul gradino più alto del podio. Non fu un colpo di fortuna. L’anno dopo, nel 2008, vinsi di nuovo, battendo in finale un certo Giuseppe Seimandi — uno che, per chi conosce l’ambiente, non ha bisogno di presentazioni. Ma il vero salto lo feci agli Europei di Punta Umbria, in Spagna. Una gara durissima, combattuta fino all’ultimo. La finale fu uno di quei momenti che non si dimenticano. Tre shot-off, tre tiri da dentro o fuori. Quando vidi la freccia infilarsi nel dieci all’ultimo spareggio... un’ondata di emozione, di liberazione. Campione Europeo.

In quel momento pensai: “Ecco, sono arrivato.” Da lì furono anni intensi: dal 2009 al 2013, sempre in nazionale. Europei, Mondiali. Ogni convocazione era un orgoglio, ogni medaglia una conferma. Ho portato a casa un argento, un quarto posto, un quinto. Sempre tra i migliori. Ma soprattutto, mi sentivo padrone del mio tiro. L’arco era un’estensione del mio corpo. Il gesto, fluido e naturale. Le gare? Una gioia, una sfida che affrontavo con voglia. Anche nel 2014, tutto sommato, ero ancora in buona forma. Secondo ai Campionati Italiani di Casalgrande. Convocazione per gli Europei di Tallinn. Lì però qualcosa cambiò. Finì sedicesimo. Una gara storta, certo. Ma dentro di me cominciava a insinuarsi un dubbio.

Nel 2015, a Monte Livata, un’altra fiammata: Campione Italiano. Ma quella volta, sotto la superficie, avvertivo qualcosa di diverso. Una piccola crepa, impercettibile. Una fatica nuova nel tenere la concentrazione. Un filo di tensione che prima non c’era. Allora non le diedi troppo peso. “Normale”, pensai. “Anni di gare, un po’ di pressione. Passerà.” Non passò. Dopo Monte Livata 2015 mi sentivo ancora competitivo. Avevo vinto, avevo ancora il tiro “giusto”, ma... qualcosa era cambiato. Non lo capivo bene, allora. Non ci volevo credere. I primi segnali arrivarono proprio dove meno me lo aspettavo: in allenamento. Io, che ero sempre stato solido, ripetitivo, cominciai ad avere giornate in cui il tiro non usciva fluido. Certe volte bastava un dettaglio insignificante: un cambio di luce, un colpo d’aria, una freccia che finiva appena fuori. Ed ecco che la testa partiva. Cominciavo a ragionare troppo. Invece di sentire il corpo, il gesto, mi trovavo a pensare: “Così non va… Devo correggere qualcosa… Non devo sbagliare.” I pensieri si infilavano lì dove prima c’era solo gesto e istinto. In gara la cosa si amplificava. Soprattutto quando il bersaglio “contava”: un tiro decisivo, un avversario forte davanti, una finale. Le mani sudavano, le spalle si irrigidivano. Il tiro che doveva partire con naturalezza diventava un gesto forzato. Oppure, al contrario, restavo lì impiantato: l’arco teso, la punta sul centro del bersaglio… e la freccia che non partiva più. A quel punto, cominciai a metterci ancora più impegno. Più testa. Più tecnica. Pensavo: “Sto sbagliando qualcosa. Devo lavorare di più.” Non capivo che il problema non era tecnico. Era più profondo. Era mentale, nervoso. E più cercavo di controllare, peggio andava. Ogni tanto, tra un allenamento e l’altro, spuntava quella vocina sottile: “E se fosse qualcosa di peggio? E se non passasse?” Ma scacciavo il pensiero. Non volevo crederci. Dopotutto, ero io. Campione Europeo, plurimedagliato. Non poteva succedermi. Non a me. Il 2017 arrivò in un lampo. Le stagioni scorrono veloci quando gareggi da anni. L’inverno indoor passò, e con la primavera iniziarono le prime gare di preparazione. Avevo ancora buoni risultati, a tratti anche ottimi. Ma c’era sempre quella nota stonata sotto. Ogni volta che mi avvicinavo a un evento importante, la tensione saliva troppo. Più ci tenevo, più la testa si riempiva. Quando arrivarono i Campionati Italiani, decisi di iscrivermi comunque. Nonostante i dubbi, nonostante i segnali. Volevo esserci. “Ho sempre tirato queste gare. Fa parte di me.” Volevo crederci.

I giorni prima della gara furono pesanti. Allenamenti tesi, pieni di frustrazione. A volte chiudevo la sessione dopo poche frecce. Non perché il braccio non reggesse. Era la testa che non teneva. La sera prima dei campionati dormii male, girandomi e rigirandomi nel letto. Pensieri continui: “Devo farcela. Non posso fare brutta figura. Non posso deludere.” Nel cuore della notte mi resi conto che non ero sereno. Ma ormai ero in corsa. Dovevo provarci. Il mattino della gara il cielo era limpido, l’aria fresca. Il campo bellissimo, come sempre. Ritrovai amici, compagni di nazionale. Tutti con quel misto di tensione e sorrisi di rito. Ma io, dentro, sentivo un groviglio. Durante le prove, le prime frecce furono un disastro. Mano rigida, freccia anticipata. Oppure peggio: blocco totale. Restavo lì in trazione, la corda che non voleva partire, la mente che urlava: “Tira! Perché non tiri?!” O più spesso il contrario: la mano che scattava prima che fossi pronto, quasi da sola. Non ero più io. Non ero più il tiratore che conoscevo. In gara le cose andarono solo peggio. Primo bersaglio: accenno di tremore. Secondo bersaglio: inizio a trattenere. Terzo bersaglio: la paura vera. Man mano che i tiri passavano, la tensione saliva. Ogni bersaglio era un muro. Ogni tiro un’impresa. Il cuore in gola, le mani fredde. Il respiro corto. E quella maledetta voce dentro che non mi lasciava tregua: “Stai sbagliando. Non sei più capace.” Alla fine, fu un disastro completo. Mai, in tutta la mia carriera, avevo tirato così male.

Non solo per i punti. Per la sensazione, devastante, di non essere più padrone del mio gesto.
Di non sapere più chi fossi sul picchetto di tiro. Era la seconda metà della gara. Avevo già sbagliato troppo. Ma continuavo a ripetermi: “Ora basta. Calma. Concentrati. Questa la devi tirare bene.” Arriviamo al bersaglio. Faccio il respiro profondo, come sempre. Provo a richiamare i soliti rituali. Incocco la freccia, alzo l’arco. Stimo la distanza, cerco la zona giusta, la posizione. Tiro la corda. Ancoro. E lì... succede. La punta della freccia si blocca. La mano inizia a tremare leggermente. Le spalle salgono appena. La mente si riempie. Come un urlo silenzioso: “Non ce la faccio. Non riesco. Non posso tirare.” Trattengo. Trattengo ancora. Il corpo si irrigidisce. Il braccio fa male. La mano inizia a sudare. Cerco di forzare: “Tira, maledizione. Tira!” Ma più lo penso, più il corpo si blocca. Poi, improvvisamente, la mano scatta da sola. Non ho deciso io. È partita. La freccia vola via, male, altissima. Il cuore inizia a battere fortissimo. Sento il fiato corto. Mi guardo intorno, ma non vedo più nulla. Solo la sagoma lì davanti e quella fitta allo stomaco. Provo a fingere indifferenza, a camminare verso la piazzola successiva. Ma dentro sto franando. Mi ripeto: “Devi reagire.” Invece al bersaglio successivo la storia si ripete. Ancoro, tremo, trattengo. E poi, o rilascio anticipato, o blocco totale. A quel punto lo capisco. Non sto facendo più una gara. Sto solo cercando di sopravvivere. Il resto della giornata passa in una nebbia. Non sento più le voci. Non vedo più i compagni. Non guardo i punteggi. Ogni tiro è un calvario. Ogni bersaglio un nemico. Non c’è più tecnica. Non c’è più piacere. Non c’è più me stesso. Solo panico. Solo paura. Solo vergogna. Il viaggio di ritorno fu lungo. Troppo lungo. Guidavo immerso in un silenzio pesante. Accanto a me, nessuno parlava. Cosa vuoi dire, dopo una giornata così? Io stesso non riuscivo a mettere ordine nei pensieri. Rivedevo ogni tiro, ogni momento in cui ero rimasto bloccato. Ogni freccia sbagliata. Ma più di tutto, sentivo dentro un vuoto. Una sensazione di impotenza che non avevo mai provato. Io, che avevo vinto tutto. Io, che conoscevo quel gesto a memoria. Ora mi ritrovavo in balia di qualcosa che non capivo. Appena arrivato a casa, lasciai l’arco lì, nella borsa. Non lo toccai per giorni. Anzi, per settimane. Ogni volta che pensavo a quel campionato, a quelle sagome, mi veniva un groppo alla gola. Un senso di vergogna profonda. “Come ho potuto ridurmi così?” Non era solo il punteggio. Era la sensazione di non essere più io. Cominciai a evitare gli allenamenti. Gli amici mi scrivevano: “Vieni al campo?” Rispondevo: “Sono impegnato.” Una scusa. La verità è che non me la sentivo. Avevo paura. Ogni volta che prendevo anche solo in mano l’arco, il cuore accelerava. Le mani sudavano. Non era ansia da prestazione. Era qualcosa di più profondo. Era panico. E più evitavo, più cresceva la sensazione di fallimento. A un certo punto arrivai a pensare: “Forse ho finito. Forse non tirerò più.” Io che avevo fatto mille gare. Io che avevo lottato per ogni medaglia. Ora ero bloccato. Perso. In crisi. Poi, un giorno, arrivò quella telefonata. Era un vecchio amico, uno con cui avevo condiviso mille gare, trasferte, raduni. Uno che sapeva leggere dietro i silenzi. Mi disse solo: “So cosa ti è successo. Fidati, ci sono passato anch’io.” All’inizio non volevo nemmeno parlarne. Mi vergognavo. Mi sembrava impossibile ammettere di essere crollato. Ma lui insistette: “Non devi vergognarti. Non sei il primo. E soprattutto, non sei finito.” Ci incontrammo un pomeriggio, fuori dal campo. Un caffè, due chiacchiere. Nessuna pressione. Mi raccontò la sua storia, il suo crollo, i mesi di blocco totale senza capire perché. Parlò di quella bestia invisibile che ora sapevo avere un nome: target panic.

Mi disse: “Non te lo leva nessuno dall’oggi al domani. Ma si può lavorare. A piccoli passi. Se vuoi, io ti do una mano.” Quelle parole, pronunciate senza giudizio, senza retorica, fecero breccia. Per la prima volta in mesi, sentii un filo di speranza. Non avevo bisogno di coach, di tecnicismi. Avevo bisogno di qualcuno che sapesse cosa stavo vivendo. E di qualcuno che mi ricordasse che si poteva uscire dal buio. Così, con l’aiuto di quell’amico, ricominciai. Piano. Un passo alla volta. Niente frecce, all’inizio. Solo elastico. Solo il gesto, senza la paura del tiro che parte. I primi giorni fu quasi peggio. Bastava tendere l’elastico e già sentivo il cuore che batteva più forte, le spalle che si irrigidivano. Ma avevo deciso: avrei ricominciato. A costo di scomporre tutto e di ripartire da zero.

Col tempo, le mani ripresero confidenza con il movimento. Un giorno, quasi senza accorgermene, ripresi l’arco. Tiri alla paglia, senza bersaglio. Solo ascoltando il corpo. Ritrovando il ritmo, il respiro, la connessione con il gesto. Poi arrivarono le prime frecce. Vicino, senza pressioni. Nessun punteggio, nessun giudizio. Solo il piacere, o almeno il tentativo di ritrovarlo. Non fu una scalata lineare. Ci furono giorni buoni, e giorni da buttare. Giorni in cui pensavo: “Ce la sto facendo.” E altri in cui sembrava tutto tornare indietro. Ma c’era una differenza: non ero più solo. E, soprattutto, non avevo più paura di ammettere che il problema esisteva. Non era più un tabù. Era un nemico che avevo iniziato a conoscere e che sapevo di poter affrontare. Dovevo solo accettarlo e conviverci… serenamente. Freccia dopo freccia, giorno dopo giorno, ripresi fiducia. Non cercavo più la perfezione. Cercavo solo di ritrovare me stesso nel tiro. Il target panic non guarda in faccia nessuno. Non importa quante medaglie hai vinto, quanti anni tiri, quanti podi hai fatto. Quando arriva, ti toglie il gesto, la fiducia, la gioia stessa del tiro. E ti lascia lì, a chiederti chi sei diventato. Io ci sono passato. Ci sono passato da Campione Europeo, con dieci anni di nazionale alle spalle. E proprio per questo posso dire: si può uscirne. Non dall’oggi al domani, non con una scorciatoia. Ma con pazienza, umiltà, lavoro. E, se possibile, con l’aiuto giusto. La cosa più importante è smettere di negarlo. Non è un problema tecnico. Non è che “hai perso la forma”. È qualcosa che va riconosciuto, accettato e affrontato con rispetto. Si ricomincia un passo alla volta. Non cercando di ripetere i tiri di un tempo, ma ricostruendo il rapporto con l’arco e con sé stessi. Accettando i giorni buoni e quelli cattivi. Accettando che il tiro tornerà solo quando tornerai tu. Se qualcuno che legge queste righe sta vivendo qualcosa di simile, voglio dirlo chiaro: Non sei solo. Non sei sbagliato. E non sei finito. È solo una battaglia diversa. E come tutte le battaglie, si può vincere. Una freccia alla volta. Dopo quella crisi, ho iniziato a studiare ogni aspetto del target panic. A leggere, a confrontarmi con altri arcieri, a sperimentare metodi su di me e su chi mi chiedeva aiuto. Ho scritto un libro su tutto questo e il mio libro nasce da quel percorso. Perché, se c’è una cosa che ho capito, è che nessuno è davvero solo di fronte al target panic.

Ma c'è un'ultima cosa che vorrei condividere, ed è forse la più importante. Quando ti trovi in quel tunnel, pensi che la tua storia sportiva sia arrivata al capolinea. Io pensavo di aver chiuso. Invece, la ricostruzione mi ha portato dove non avrei mai immaginato. Nel 2021 sono tornato a vestire la maglia della nazionale, portando a casa un quinto posto agli Europei Field e 3D. Negli anni successivi sono arrivati i titoli italiani indoor e 3D, l'oro mondiale in Austria nel 2024 e, nel 2025, il titolo europeo indoor a Samsun. Non lo racconto per scorrere un palmarès. Lo racconto perché quei podi, arrivati a distanza di anni dal momento in cui non riuscivo nemmeno a rilasciare la corda, non sono miei: sono la prova scientifica che il bersaglio può tornare a essere un amico. Il target panic ti cambia, ti costringe a spogliarti dell'orgoglio e a ripartire da zero, ma non ti cancella. Si può tornare sulla linea di tiro. Si può tornare a vincere. Ma soprattutto, si può tornare a respirare. 

Un passo alla volta, una freccia alla volta.

(fine…)

 

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