Perché tanti arcieri motivati perdono cento punti tra il campo di allenamento e la gara

Le lettere che ricevo

Ricevo molti messaggi di arcieri, e quasi tutti si somigliano. Scrivono con rispetto, mi raccontano quanto si allenano e quante domande si fanno, e poi, nella stessa riga, mettono il punto che li ferisce: «In allenamento arrivo quasi sempre sopra i 520, in gara perdo 100 punti come niente». Pochi giorni fa ne ho letto uno di una persona che nella vita ha fatto sport duri, ha preparato ogni obiettivo con disciplina e ogni volta lo ha raggiunto. Con l'arco, mi scriveva, no: l'arco non fa sconti, e le mille domande in testa sono troppe. Poi aggiungeva una frase che mi è rimasta addosso: più la salita è difficile, più mi diverto.

Leggendo mi sono chiesto se questi arcieri prendano il tiro con l'arco troppo alla leggera oppure se manchi metodo nella loro preparazione. È una domanda scomoda, perché a un istruttore farebbe comodo la prima risposta: se manca impegno, la colpa è dell'arciere e il problema è chiuso. Ma non è quello che vedo.

Non è leggerezza

Chi mi scrive si allena, e si allena molto. Parla di anni di lavoro, di serie ripetute, di domande continue su se stesso e sul senso di quello che fa. La leggerezza vera, quando c'è, non scrive lettere: chi tira due volte a settimana per svago non si interroga sui cento punti persi in gara, li accetta e va a mangiare. Chi si tormenta ha già un livello di serietià alto, spesso più alto di quello che serve.

Il rischio, semmai, è l'opposto. Quando la volontà è tanta e il metodo è poco, si finisce per allenarsi più duro invece che meglio. In molti sport il lavoro si traduce quasi in modo lineare in risultato: più corri, più vai forte, più carichi, più sollevi. L'arco no. Il suo risultato non è una potenza ma una ripetizione, e più si forza il gesto, più la ripetizione si rompe. Per questo faticano spesso di più proprio quelli che arrivano da sport duri e da carriere costruite sull'impegno: la loro virtù, spingere, qui diventa l'ostacolo, perché il rilascio non si comanda, accade, e ciò che accade non si può ottenere con la forza di volontà.

Dove manca il metodo

Il primo buco è che quasi tutti misurano il risultato e non il processo. Lo score dice 520, ma non dice perché. Due serie da 520 possono essere molto diverse: in una il gruppo è stretto ma spostato da una parte, nell'altra è largo e centrato, e le correzioni da fare sono opposte, il mirino nel primo caso, il gesto nel secondo. Chi guarda solo il numero non sa in quale delle due si trova, e allora si allena a caso, o peggio ripete con più foga ciò che già non funziona. Bastano dodici frecce misurate con il metro per sapere dove è finito il gruppo e quanto è largo.

Il secondo buco è che non separano l'allenamento dalla gara e non misurano la distanza tra le due. Chi fa 520 in allenamento e 420 in gara ha un gap del 19%, e non è sfortuna, è un dato come un altro. Anzi, è un dato molto preciso: con la tabella che uso nel seminario, cento punti in meno corrispondono a un gruppo che da una dispersione di circa 3 cm passa a circa 5,5, cioè quasi il doppio più largo. La mira in gara non è peggiorata di colpo: è il gesto che si è allargato. E il gesto si allarga quando in allenamento non è mai stato messo sotto la pressione che arriverà in gara, cioè quando ci si prepara per un esame diverso da quello che si sosterrà.

Il terzo buco è la testa, che viene preparata per ultima o per niente. Le mille domande di cui mi scrivono sono il segno che l'attenzione sta sul giudizio, «quanto sto facendo?», e non sul compito, «che cosa sto facendo adesso?». In allenamento si pensa al gesto, in gara al numero, e il corpo, che ascolta quello che la testa gli chiede, cambia lavoro a metà freccia. Eppure la gestione dell'attenzione si allena come la schiena: con una routine uguale a ogni freccia, con una o due parole guida e mai con una lista di controlli mentre si mira.

Che cosa farei domani mattina

Partirei da una baseline: dodici frecce tirate a 18 metri, in quattro volée da tre, misurate subito dopo con il metro, per ricavare il baricentro, l'errore medio e la dispersione. È mezz'ora di lavoro e vale più di un mese di allenamento alla cieca, perché trasforma una sensazione in un punto di partenza. Da lì sceglierei una sola priorità, la più alta tra gli indicatori, e lavorerei solo su quella finché non si muove. Tre o quattro numeri a seduta bastano, di più confondono.

Poi costruirei la gara dentro l'allenamento. Una volta a settimana tirerei una serie vera: score scritto davanti a qualcuno, tempo contato, nessuna possibilità di ripetere la freccia sbagliata. Alla fine calcolerei il gap, sempre allo stesso modo, e lo annoterei come si annota il peso o il battito. Non è la misura che migliora il gesto, ma senza la misura non si capisce se il lavoro sta funzionando, e un arciere che vede il gap scendere da 19% a 12% in due mesi riprende fiducia più di quanta ne dia qualunque parola.

Infine, in gara, sceglierei una o due parole guida, la stessa routine a ogni freccia e un compito soltanto: fare bene la freccia che ho in mano. Il numero lo lascerei allo score, che lo scrive comunque. Se la mente scappa verso il totale, non la combatto, la riporto sulla parola, e la riporto ogni volta che serve, anche venti volte in una volée. È questo il metodo che manca a quasi tutti: non un trucco, ma un modo di tirare la stessa freccia in allenamento e in gara.

Quello che rispondo

Quando mi chiedono se sono io a sbagliare, rispondo che no, non sbagliano per leggerezza. Sbagliano perché nessuno ha insegnato loro che l'arco è uno specchio, e che davanti a uno specchio non serve spingere più forte: serve guardare. Il gap tra allenamento e gara, le mille domande, la voglia di mollare che dura pochi secondi sono la stessa cosa vista da tre lati, cioè il segnale che c'è una persona seria che sta cercando un metodo e non lo trova.

Per fortuna è quello che si può insegnare. Si impara a misurare, si impara a separare le due cose, si impara a tornare sulla freccia. E la salita difficile che a loro piace tanto è la condizione giusta, perché l'arco restituisce a chi insiste con intelligenza più di quanto dia a chi ha talento e basta. A chi mi scrive vorrei dire questo: non smettere, ma cambia domanda. Non «è troppo difficile?», ma «che cosa sto misurando, e che cosa sto allenando davvero?».

FB

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