Amatori e gruppi sportivi militari: quante strade per Fitarco?

Il dibattito sulla convivenza tra professionisti e agonisti part-time nelle gare aperte, e le diverse soluzioni possibili

C'è un momento, in ogni gara open, in cui un arciere che si allena due sere a settimana tra lavoro e famiglia si ritrova in piazzola accanto a un atleta che vive di tiro con l'arco a tempo pieno. Stessa distanza, stesso bersaglio, stesso regolamento — ma non le stesse ore di allenamento alle spalle. È una scena che si ripete in ogni categoria, arco nudo, olimpico, compound, e che negli ultimi tempi sta tornando al centro del dibattito tra chi vive le gare Fitarco dall'interno: ha senso che agonisti amatoriali e atleti dei gruppi sportivi militari si contendano lo stesso titolo, con risorse così diverse?

Non è una domanda con una risposta ovvia, ed è per questo che vale la pena mettere sul tavolo tutte le strade percorribili, con i vantaggi e le complicazioni di ciascuna — senza dare per scontato che una sia automaticamente la migliore.

Cosa succede oggi

Il regolamento Fitarco sugli atleti appartenenti ai gruppi sportivi militari è chiaro su un punto: in tutte le gare di calendario federale, Campionati Italiani compresi, i risultati e gli eventuali titoli individuali dei tesserati ai gruppi sportivi restano a carico della società delle Forze Armate. In pratica, oggi non esiste alcuna separazione, nemmeno nel giorno più importante della stagione. Un agonista part-time che arriva ai Campionati Italiani si gioca il titolo assoluto esattamente contro chi si allena a tempo pieno, pagato per farlo.

Il punto di partenza del dibattito, quindi, non è ipotetico: è la fotografia di come funzionano le cose adesso.

Perché il tema è delicato

Il problema non riguarda il talento, ma la simmetria delle risorse. Un atleta di un gruppo sportivo militare si allena come mestiere. Un agonista amatoriale incastra le sessioni tra impegni di lavoro e vita privata. Quando il divario di tempo e mezzi a disposizione è così strutturale, il confronto diretto smette di misurare soltanto il merito sportivo — misura anche, inevitabilmente, chi può permettersi di allenarsi di più. È un tema che tocca la motivazione della base (la maggioranza dei tesserati Fitarco), ma anche l'identità stessa del titolo di Campione Italiano, che ha peso proprio perché è aperto a tutti.

Le strade possibili

La prima strada è restare come si è oggi: nessuna separazione, gara aperta a tutti in ogni contesto, dal calendario federale ai Campionati Italiani. Il pregio di questa opzione è la semplicità e la continuità — nessuna modifica regolamentare, nessun rischio di creare classifiche percepite come "di serie B". Il limite è altrettanto evidente: per la stragrande maggioranza dei tesserati, il titolo assoluto resta oggettivamente fuori portata a prescindere dai progressi personali, con un possibile effetto scoraggiante sul lungo periodo.

La seconda strada è introdurre un riconoscimento parallelo, senza toccare la classifica ufficiale: un premio aggiuntivo, tipo "miglior classificato non appartenente a un gruppo sportivo militare", assegnato accanto al podio assoluto. È il modello che molte maratone usano con il "best amateur" accanto alla gara open. Il vantaggio è che non tocca la gerarchia ufficiale del titolo, quindi comporta un rischio quasi nullo: nessuno perde qualcosa che ha già, e chi si allena part-time guadagna comunque un traguardo visibile. Il limite è che resta un riconoscimento simbolico, senza peso reale su selezioni o albo d'oro.

La terza strada è separare le premiazioni solo ai Campionati Italiani, lasciando invece unificato tutto il resto del calendario federale. L'idea alla base è che le gare di calendario servano a costruire forma e ranking — e lì confrontarsi con i migliori è un valore aggiunto per chi vuole crescere — mentre il Campionato Italiano è il momento simbolico dell'anno, quello che pesa nell'albo d'oro, dove l'asimmetria di risorse si sente di più. Fitarco gestisce già più categorie in contemporanea allo stesso evento (età, divisioni), quindi aggiungerne una ulteriore non stravolgerebbe l'organizzazione. Il nodo da sciogliere, in questo caso, è se la separazione riguardi solo le premiazioni (un podio in più, stesso torneo, tutti tirano insieme) oppure l'eleggibilità stessa al titolo assoluto — due scelte molto diverse, perché la seconda tocca anche i criteri con cui si selezionano gli atleti per le squadre nazionali.

La quarta strada, più radicale, è escludere gli atleti dei gruppi sportivi militari dal titolo assoluto dei Campionati Italiani, riservandolo esclusivamente agli agonisti non professionisti, e mantenendo un evento distinto — o una classifica a parte all'interno dello stesso evento — per i tesserati ai gruppi sportivi. Il precedente esiste nello sport italiano: la FIDAL, dal 2008, ha tolto i gruppi militari dai Campionati di Società, spostandoli in una competizione parallela, la Coppa Italia. È un modello che dimostra che la separazione netta è organizzativamente sostenibile e già collaudata — ma va detto che il precedente FIDAL riguarda i campionati a squadre, non quelli individuali, e che questa strada comporta il rischio più alto: due campionati italiani percepiti come "quello vero" e "quello di consolazione", con un possibile effetto opposto a quello desiderato.

Le domande ancora aperte

Qualunque strada si scelga, restano alcune domande di fondo. La prima riguarda il criterio: separare per appartenenza a un gruppo sportivo militare è un indicatore imperfetto del vero problema, che è il tempo di allenamento disponibile. Esistono atleti nei gruppi sportivi che non si allenano più a tempo pieno su quella disciplina, ed esistono amatori con la possibilità economica o lavorativa di allenarsi quasi da professionisti. Un confine basato solo sull'appartenenza rischia di essere insieme troppo largo e troppo stretto.

La seconda riguarda la selezione azzurra: se il titolo assoluto resta il criterio con cui si selezionano gli atleti per Europei, Mondiali e Olimpiadi, ogni separazione che riduca la platea di chi può ambire a quel titolo va valutata con attenzione, perché rischia di escludere dalla selezione un talento che, in un giorno di grazia, avrebbe meritato di emergere anche senza le risorse di un gruppo sportivo.

La terza è puramente numerica: con appena 32 atleti dei gruppi sportivi militari su arco nudo, olimpico e compound, maschi e femmine, qualunque soluzione scelta dovrà fare i conti con una base molto piccola — che rende alcune strade (come un torneo parallelo a sé stante) forse sproporzionate rispetto al problema, e altre (come un secondo podio nello stesso evento) più proporzionate alla scala reale del fenomeno.

Non esiste, in questo dibattito, una risposta ovviamente giusta. Ogni strada sposta l'equilibrio tra due valori che contano entrambi: la possibilità reale di successo per chi si allena part-time, e l'integrità di un titolo che vuole restare aperto a chiunque, gruppo sportivo o no, abbia la giornata della vita.

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