Pochi arcieri tra 20 e 40 anni. Perché? 

Questa è una delle riflessioni più urgenti e complesse che il mondo del tiro con l'arco debba affrontare, e la mancanza di una risposta univoca dimostra quanto il problema sia radicato in una combinazione di fattori sociali, biologici e strutturali. Guardando la situazione al di fuori degli schemi puramente nostalgici del "si stava meglio prima", emerge una realtà in cui la fascia d'età tra i 20 e i 40 anni rappresenta il momento di massima transizione e frammentazione nella vita di un individuo, un periodo in cui le priorità vengono rinegoziate giorno dopo giorno. Una delle cause primarie risiede nel drastico cambio di ritmo che avviene con l'ingresso nel mondo del lavoro o con la fine del percorso universitario. A differenza degli sport di squadra, dove l'appuntamento settimanale ha una forte valenza di scarico sociale immediato e orari rigidi ma definiti, il tiro con l'arco agonistico richiede una quantità di tempo individuale enorme e, soprattutto, una dedizione mentale totalizzante. Quando un giovane professionista si trova a dover gestire scadenze lavorative, contratti spesso precari o la costruzione di una propria indipendenza, il tempo da dedicare alla meticolosa routine della linea di tiro diventa un lusso difficile da sostenere. L'arco non permette di "giocare una partita al volo" per tenersi in forma; richiede manutenzione del gesto, costanza quasi ossessiva e sessioni di allenamento che spesso si scontrano con la stanchezza mentale accumulata durante la giornata. Un altro aspetto cruciale riguarda il modello di gratificazione e la struttura stessa delle competizioni. Viviamo in un'epoca in cui gli stimoli esterni offrono riscontri immediati. Il tiro con l'arco, per sua natura, è una disciplina di gratificazione differita: servono mesi di lavoro invisibile e frustrante anche solo per stabilizzare un punteggio. Quando un arciere esce dalle categorie giovanili, dove spesso gode di una rete di supporto protettiva e di dinamiche di gruppo stimolanti, si ritrova catapultato nella classe Seniores. Il divario tecnico e di esperienza con chi tira da decenni diventa un muro difficile da scalare. Il rischio di passare dall'essere una promessa del settore giovanile al diventare un "numero" in fondo alle classifiche dei Seniores genera un crollo della motivazione. Se l'ambiente societario non è strutturato per offrire percorsi di crescita personalizzati o circuiti agonistici intermedi che mantengano vivo l'interesse senza l'ossessione del podio assoluto, il giovane arciere preferirà investire le sue poche energie rimaste in attività che offrono un ritorno emotivo più immediato o una socialità meno formale.

C'è poi una questione legata all'ambiente e all'offerta delle società. Spesso i campi di tiro mantengono dinamiche generazionali molto distanti da quelle dei ventenni o trentenni di oggi. Se il clima societario è percepito come troppo rigido, focalizzato esclusivamente sul rispetto di tradizioni consolidate o, al contrario, privo di una vera guida tecnica qualificata per l'alta prestazione adulta, il giovane si sente isolato. A questa età si cerca un senso di appartenenza che sia anche condivisione di uno stile di vita. Se la società sportiva viene vissuta solo come un luogo fisico dove tirare le proprie frecce in solitudine, viene meno la spinta comunitaria che è il collante fondamentale per superare i momenti di stanca tecnica.

Per invertire la rotta, la soluzione non risiede nel colpevolizzare i giovani accusandoli di scarsa resilienza, bensì nel ripensare l'offerta sportiva. Le società dovrebbero iniziare a progettare formule di frequenza flessibili, investire su una figura di tecnico che sia anche un mentore capace di gestire la transizione psicologica verso l'età adulta, e creare eventi agonistici interni o intersocietari più dinamici, capaci di coniugare l'alto livello tecnico con una forte componente di aggregazione moderna. Solo trasformando la linea di tiro da un luogo di dovere e isolamento a uno spazio di crescita personale e condivisione generazionale si potrà sperare di ripopolare quella terra di mezzo che oggi appare così deserta.

Spostare l'asse gravitazionale del tiro con l'arco italiano, o quantomeno riequilibrarlo in modo deciso verso il tiro di campagna (Field) e il 3D, potrebbe essere una delle chiavi di volta più efficaci per scardinare la crisi generazionale. Se analizziamo il profilo psicologico e le necessità della fascia 20-40 anni, queste due discipline offrono risposte precise a dinamiche che il tiro alla targa tradizionale fatica a intercettare. Il primo grande punto di forza è la rottura della monotonia geometrica e mentale. La targa, per sua natura, richiede una ripetitività esasperata in un contesto statico: stessa distanza, stessa visuale, stessa linea di tiro rettilinea. Per un giovane adulto che passa già la maggior parte della settimana chiuso in un ufficio o davanti a uno schermo, l'idea di trascorrere il fine settimana a fissare un cerchio giallo a settanta metri, replicando all'infinito lo stesso identico gesto in modo quasi geometrico, può risultare alienante.

Il tiro di campagna e il 3D introducono la variabile dell'avventura e dell'imprevedibilità. Camminare nei boschi, valutare le pendenze, calcolare la luce che filtra tra gli alberi e stimare le distanze trasforma la competizione in un'esperienza multisensoriale che richiama il concetto moderno di "outdoor experience". Non si tratta solo di tirare una freccia, ma di risolvere un problema ambientale ogni volta diverso. Questo dinamismo si riflette anche sul piano psicologico della gestione dell'errore. Nella targa, l'errore è nudo, visibile a tutti sul tabellone e focalizzato su millimetri di punteggio che creano un'ansia da prestazione costante. Nei percorsi Field e 3D, l'attenzione si sposta sulla capacità di adattamento. Un tiro difficile richiede intuito, conoscenza del proprio arco e una dose di creatività che stimola la mente in modo attivo. La gratificazione è legata alla sfida con il percorso prima ancora che con l'avversario diretto, riducendo quella sensazione di frustrazione da "classifica statica" che spesso allontana i neofiti Seniores dalla targa. Non va sottovalutato l'impatto straordinario che queste discipline hanno sulla socialità e sullo spirito di gruppo. Una gara targa isola l'arciere sul proprio paglione per ore, intervallata solo dal recupero frecce. Una pattuglia di 3D o di campagna, invece, trascorre l'intera giornata camminando insieme nel bosco. Si parla, ci si confronta sulle traiettorie, si ride dell'errore clamoroso e si celebra la freccia perfetta. Questo format crea un collante relazionale fortissimo, trasformando la gara in un evento sociale naturale che risponde esattamente al bisogno di aggregazione e appartenenza tipico dei ventenni e trentenni. Inoltre, la varietà delle divisioni storiche e tradizionali permette di vivere lo sport con approcci diversi, lasciando spazio sia a chi cerca l'esasperazione tecnologica sia a chi preferisce l'essenzialità del tiro istintivo. Tuttavia, per far sì che questa non rimanga un'opportunità teorica, serve un cambio di passo strutturale da parte delle società e della federazione. Spesso i percorsi boschivi sono visti come una nicchia per pochi appassionati, gestiti con logiche da "esperti del settore" e poco accessibili a chi muove i primi passi. Bisogna investire nella formazione di tecnici che sappiano insegnare il tiro di campagna e il 3D fin dai corsi base, senza considerare la targa come un passaggio obbligatorio e propedeutico. Se le società inizieranno a proporre il bosco non come un'alternativa per il fine carriera, ma come una disciplina primaria, dinamica e performante, quel vuoto generazionale potrebbe iniziare a riempirsi di arcieri attratti dal fascino di una sfida totale con la natura.

Ragioniamo su qual è l'ostacolo culturale più grande da superare all'interno delle dirigenze societarie per far accettare il tiro di campagna e il 3D come discipline trainanti e non più secondarie. Il più grande scoglio culturale all'interno dei consigli direttivi è l'equazione mentale radicata secondo cui il tiro alla targa è lo sport olimpico, la disciplina nobile, mentre il campagna e il 3D sono considerati hobby domenicali nel bosco o, peggio, un rifugio per chi non è abbastanza preciso per il targa. Questa sorta di "snobismo accademico" porta a una gestione delle risorse e degli spazi fortemente sbilanciata. Spesso i dirigenti provengono storicamente dal mondo del targa e tendono a replicare il modello con cui sono cresciuti, vedendo l'attività all'aperto nei boschi come un elemento accessorio, utile forse per fare cassa con qualche gara estiva, ma non come il fulcro dell'identità societaria.

A questo si aggiunge un ostacolo logistico che diventa culturale: la gestione della comodità rispetto alla complessità. Curare un campo targa sul terreno comunale dietro la palestra è semplice, standardizzato e controllabile. Progettare, allestire e mantenere in sicurezza un percorso Field o 3D richiede sforzo, permessi, conoscenza del territorio e un lavoro fisico costante per la manutenzione delle piazzole. Molte dirigenze, spesso composte da volontari con poco tempo, preferiscono la via della minore resistenza logistica, giustificando la scelta con la presunta mancanza di interesse da parte degli atleti. C'è poi una resistenza metodologica profonda da parte dei tecnici formati sulla scuola tradizionale. Insegnare il tiro alla targa segue un protocollo lineare e codificato; insegnare a stimare le distanze, a gestire i tiri in pendenza, le luci e le ombre del bosco richiede competenze diverse, più dinamiche e meno "da manuale". Se i tecnici di una società non si sentono sicuri nell'insegnare queste discipline, la dirigenza non le promuoverà mai, creando un circolo vizioso in cui ai nuovi iscritti viene mostrata un'unica via possibile. Per scardinare questo assetto serve un cambio di prospettiva economico e strategico. I dirigenti devono comprendere che la stabilità finanziaria e il futuro stesso di una società non dipendono dal dogma della disciplina olimpica, ma dalla capacità di trattenere i soci. Il campagna e il 3D non devono più essere presentati come l'alternativa per chi è stanco della targa, ma come discipline primarie fin dal primo giorno di corso, capaci di offrire quell'alto livello agonistico e quel ritorno di immagine moderno che i giovani cercano. Finché si continuerà a considerare il bosco come una "serie B" ricreativa, si continuerà a perdere la fetta più vitale e dinamica dei potenziali praticanti.

D’altronde la federazione è impegnata a promuovere al massimo possibile l’attività olimpica e le gare legate a queste competizioni… Questo argomento della dirigenza federale è il classico cane che si morde la coda, un cortocircuito logico che confonde la vetta della piramide con le sue fondamenta. Sostenere che bisogna spingere quasi esclusivamente la targa perché da lì arrivano i fondi del CONI è una visione contabile a breve termine, che ignora come si costruisce e si mantiene in vita un movimento sportivo nel lungo periodo. Il CONI premia le medaglie e la visibilità olimpica, certo, ma una federazione senza una base solida di tesserati attivi è destinata a inaridirsi, rendendo impossibile anche il ricambio generazionale per le stesse Olimpiadi. Il ragionamento di invertire le priorità, partendo da attività più attraenti come il campagna e il 3D per allargare la base e poi selezionare chi vuole intraprendere la strada olimpica, è non solo sensato, ma è l'unico modo per uscire dall'angolo. Se una società usa il fascino del tiro nel bosco, dell'avventura e della socialità dinamica come un magnete per i ventenni e i trentenni, crea un bacino enorme di praticanti che pagano le quote, acquistano attrezzature e fanno vivere i club. Tra questi nuovi arcieri, ci sarà inevitabilmente una percentuale che, affascinata dalla precisione pura o mossa da una forte ambizione agonistica, chiederà spontaneamente di cimentarsi nel targa e di inseguire il sogno olimpico. Spingere il targa fin dal primo giorno a un ragazzo di venticinque anni, solo perché "è la disciplina olimpica", significa proporgli un modello rigido che spesso non si adatta alla sua vita. Il risultato è l'abbandono precoce. Al contrario, coltivare la passione attraverso discipline che offrono una gratificazione immediata e un ambiente più coinvolgente permette di fidelizzare l'atleta. Una volta che l'arciere è "catturato" dallo sport e ha sviluppato la sensibilità di tiro, il passaggio alla targa diventa una scelta consapevole e non un obbligo calato dall'alto. La federazione dovrebbe comprendere che il tiro di campagna e il 3D non sono nemici dell'olimpismo, ma i suoi migliori alleati commerciali e promozionali. Usare le discipline outdoor come porta d'ingresso principale significa creare una base numerica ed economica fortissima. Più la base è ampia e appassionata, più risorse arrivano alle società, e più è facile che emergano talenti naturali da instradare, in un secondo momento, verso i centri federali e i raduni del tiro alla targa. Continuare a finanziare e promuovere solo la punta della piramide sperando che la base si costruisca da sola è un'illusione che rischia di lasciare il tiro con l'arco italiano senza un futuro generazionale.

 

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